
Il tema di BTO 2026 è Offbeat Tribes, le tribù che si muovono fuori dal ritmo dominante. Slow Food lo ha fatto prima che esistesse un nome per dirlo. Nel 1986, a Bra, prendeva forma un’idea controcorrente: il piacere del cibo e il tempo per goderne come diritti da difendere. Da quell’intuizione è nato un movimento internazionale, fino al manifesto firmato nel 1989 a Parigi dalle delegazioni di oltre venti paesi.
Ma che cosa significa oggi uscire dagli schemi del pensiero dominante nel turismo? Quale futuro per le comunità e i territori che custodiscono il patrimonio enogastronomico? E come evitare che concetti come autenticità, sostenibilità e slow tourism si riducano a semplici etichette di marketing?
Dalle intuizioni di Carlin Petrini alle sfide di domani, un dialogo con Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, in vista del panel “La tribù che aveva visto il futuro. Quando Carlin Petrini immaginava il turismo che non c’era”.
L’intervista è stata realizzata da Stefano Maccioni nell’ambito del progetto Social Media Lab di BTO 2026, lo spazio di sperimentazione, coprogettazione e narrazione collettiva che riunisce creator e professionisti della comunicazione.
Stefano: Quando un’idea diventa una tribù, cosa tiene insieme le persone nel tempo: chi l’ha avuta o l’idea stessa? E cosa cambia per Slow Food, a pochi mesi dalla scomparsa di Carlo Petrini?
Carlo aveva una capacità straordinaria di far emergere le connessioni: fra il piacere di mangiare e la salute della terra, fra un sapere contadino e il futuro delle comunità. E attorno a queste connessioni ha saputo riunire una moltitudine, persone anche molto diverse che però sentivano di appartenere a un percorso che le riguardava.
Quel mondo di idee costruito attorno al cibo ha preso forza nelle relazioni, nelle amicizie, nel lavoro svolto insieme. Anche e forse soprattutto nella gioia di ritrovarsi attorno a una tavola: piacere e convivialità sono sempre stati strumenti potenti di dialogo, incontro e coinvolgimento.
Carlin ha lasciato una enorme eredità e una grande presenza: lui è in tutto quel che facciamo, nei nostri progetti, nelle parole che usiamo, nel pensiero che continua ad evolvere. La vitalità di un movimento si vede nella volontà e nella capacità delle persone di far crescere le idee e tradurle in scelte, continuando ad avere uno sguardo curioso e visionario per affrontare domande nuove.
Stefano: Molti dei territori che Slow Food ha contribuito a far conoscere oggi sono diventati mete richieste. Come si accoglie chi arriva senza perdere ciò che ha fatto innamorare di quei luoghi?
Partiamo col domandarci cosa ci ha fatto innamorare davvero. Forse l’autenticità?
Un paesaggio agricolo esiste perché qualcuno lo lavora. Un formaggio esiste perché ci sono una razza, un allevamento, un pascolo, ma anche una siepe e un sentiero, oltre a conoscenze tramandate e persone che ogni giorno se ne assumono la fatica. Quella bellezza ha delle condizioni biologiche di esistenza, e il turismo deve contribuire a mantenerle.
Se un paese diventa molto visitato ma chi lo abita non riesce più a trovare casa, se le attività utili alla vita quotidiana scompaiono, se il lavoro agricolo resta povero mentre cresce il valore commerciale dell’immagine – e degli immobili – del territorio, dobbiamo interrogarci sulla direzione che abbiamo preso.
Se è l’autenticità la chiave di volta, allora dobbiamo partire dalle comunità e la loro possibilità di governare il loro territorio, poterne tutelare biodiversità e paesaggio, mantenerlo vivo, definirne priorità socioeconomiche e una prospettiva di futuro.
Con Slow Food Travel lavoriamo per costruire relazioni fra chi produce, chi cucina, chi viaggia e chi accoglie. Così viaggiare diventa un’occasione di crescita e scoperta, un’opportunità per comprendere il significato del cibo, del lavoro di chi lo produce e sostenerli.
Stefano: «Slow» è diventato un aggettivo del marketing turistico: slow travel, slow experience, slow living. Quando una parola nata in casa vostra viene usata per vendere, come si distingue chi la pratica da chi la usa come etichetta?
Ormai, come ci dicono i nostri avvocati, è molto difficile “tutelarla”! Perché la parola slow ha avuto talmente tanto successo che ormai indica un intero sistema valoriale positivo e alternativo: e siccome Carlin ci ha insegnato che la fortuna delle idee si misura sul fatto che possano camminare su gambe altrui, dobbiamo esserne comunque contenti. Anche perché intercetta una necessità reale e diffusa di un tempo diverso, di relazioni più significative e di un rapporto più consapevole con i luoghi. Ovviamente questa alternativa, oltre che narrata, deve anche essere agita: non può esaurirsi nello storytelling, il problema nasce quando il mercato assorbe quelle parole lasciando intatto tutto il resto.
“Slow” riguarda il valore che attribuiamo al tempo e alla vita: per capire bisogna interessarsi, fare domande, conoscere le persone. Chi produce ciò che mangiamo? Come viene trattata la terra? Quali rapporti ci sono con gli agricoltori? L’attività contribuisce alla vita della comunità?
Il diritto al piacere porta con sé una responsabilità, perché dipende da risorse e dal lavoro di altri. “Slow” significa riconoscere questi legami e comportarsi di conseguenza. Anche quando farlo richiede più attenzione, anche quando impone di rinunciare a qualcosa, in primis lo sfruttamento.
Stefano: Il panel parla di senso del limite, anche davanti a un clima che sta già cambiando agricoltura e paesaggi. Se domani guidasse il turismo di un territorio del vino, quale sarebbe la prima misura concreta che prenderebbe?
Metterei il governo delle risorse naturali, biodiversità, aria, acqua e suolo, al centro delle decisioni. Proporrei un accordo territoriale fra amministratori pubblici, agricoltori, operatori turistici e residenti per stabilire come usarle con saggezza e lungimiranza, come ridurre gli sprechi e quali priorità rispettare nei periodi di scarsità. Con impegni precisi, verificabili, che orientino la gestione con equità e rispetto nella prospettiva di tutelare il futuro delle nuove generazioni e la bellezza del Pianeta che abitiamo.
Perché parlare di limite significa decidere sulla base di quel limite e su quella premessa immaginare e costruire uno sviluppo degno di questo nome.
E allargherei lo sguardo al paesaggio del vino. La sua vitalità dipende anche dalla fertilità dei terreni, dalle siepi, dagli alberi, dalla varietà delle colture e degli organismi che lo abitano: tutto questo genera un paesaggio agrario complesso in cui gli elementi dialogano nel soffio vitale che anima gli ecosistemi, generando quella bellezza armonica e variegata che è interesse diretto di chi fa turismo. La crisi climatica ci obbliga a riconoscere la nostra interconnessione con gli altri e con la natura: questa consapevolezza deve guidare le scelte pubbliche e private, con la consapevolezza che la possibilità di accogliere domani dipende dalla cura che pratichiamo oggi.
Stefano: Perché chi lavora nel turismo, che sia albergatore o ristoratore, dovrebbe partecipare al panel “La tribù che aveva visto il futuro”? Cosa spera che si porti a casa?
Perché parleremo anche del futuro di tutti, anche del suo. Un ristorante, un albergo, una cantina vivono dentro un territorio e ne condividono il destino. La scomparsa di un’azienda agricola, l’abbandono di un paese, la perdita di una produzione riguardano anche chi accoglie: impoveriscono le relazioni, le opportunità da offrire e le premesse stesse su cui si fonda il suo lavoro.
Ne parliamo per far emergere la nostra possibilità di scelta, di incidere, di modificare il corso degli eventi con le nostre azioni. Attraverso gli acquisti, le condizioni di lavoro, il rapporto con i produttori, le esperienze proposte agli ospiti. Ma anche partecipando alle decisioni collettive, chiedendo politiche capaci di guardare oltre il risultato della prossima stagione.
Il turismo attiva risorse economiche, attenzione, desideri. Possiamo orientarli verso la cura dei luoghi e una maggiore giustizia per chi li abita. È una possibilità concreta, che richiede alleanze e una visione condivisa.
Le intuizioni di Slow Food sono diventate così influenti perché molte persone le hanno fatte proprie, trasformandole in scelte e azioni concrete. È questa la forza di una comunità: dare vita a un cambiamento collettivo che va ben oltre l’idea da cui tutto è cominciato.
L’appuntamento con Barbara Nappini è il 10 novembre alle ore 16:00 in Hall #6 nel panel “LA TRIBÙ CHE AVEVA VISTO IL FUTURO. Quando Carlin Petrini immaginava il turismo che non c’era” con Eleonora Cozzella, direttrice de Il Gusto – la Repubblica, e Mafe de Baggis, digital media strategist, consulente di comunicazione e autrice di numerosi libri.
L’intervista, realizzata da Stefano Maccioni, fa parte del progetto di comunicazione e sperimentazione Social Media LAB di BTO 2026 ideato da Roberta Milano e curato da Annalisa Romeo.
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